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Sicuri che gli 80 euro siano andati nel PIL?

September 7, 2015

Articolo tratto da Retailwatch

 

Settembre 2015. Il risvolto politico degli 80 euro è relativo. Quello scientifico riferibile all’economia dei consumi merita invece attenzione. I giornali estivi hanno dato ampio spazio a una ricerca che ha misurato l’impatto sul PIL 2014 degli 80 euro mensili percepiti da chi ha un reddito tra 8mila e 26mila euro e che anticipa quello del 2015. La novità è che il calcolo è stato condotto su dati individuali. Approccio audace! Vi spieghiamo perché.

 

 

Noi, siamo fermi alla critica ai modelli macro-economici di Chris Sims (anch’egli premio Nobel, vero!). L’instabilità dei loro parametri, l’imprecisione dei dati, la vaghezza delle relazioni causa-effetto induce a pensare che, sul piano micro, il calcolo sia impossibile. Basandoci sui riassunti giornalistici, l’operazione consiste nel trasferire in ambito micro, vaghi concetti macroeconomici come quelli di reddito, propensione al consumo, ecc. Partiamo allora dalla equazione contabile del Prodotto Interno Lordo:

 

PIL = C (consumi), + I (investimenti) + G (spesa pubblica) – T imposte + X export – M import

 

Secondo quel che leggiamo, il Governo, distribuendo nel 2015 un bonus di 80 € a individui incapienti, per un totale di circa 9,4 miliardi, aumenterà il reddito di circa 10milioni di lavoratori su un totale di 22,5 milioni. Togliendo 5 milioni di indipendenti e 3,5 milioni di dipendenti pubblici, grosso modo il bonus andrebbe a 10 lavoratori dipendenti ogni 15.

 

Il tema in discussione

 

L’operazione farebbe aumentare il PIL dello 0,8%, (ovvero, di circa 13 mld. su 1600 mld). Procediamo con ordine: Il passato: si legge: “chi ha ricevuto 80 euro, li ha spesi in consumi”, una conclusione generica: ” è meglio ricevere 80 euro dal Governo e spenderli, che ricevere una multa dai vigili”. Che altro avrebbero dovuto fare i riceventi? Se il ragionamento è (come sembra tra le righe): “li hanno spesi invece di risparmiarli, evviva!”, allora si dice una sciocchezza perché:

 

a) il risparmio è comunque consumo dilazionato o future tasse da pagare.

 

Allo stesso tempo è b) la base dell’investimento che è anch’esso parte del PIL. Cioè senza risparmio niente investimenti! Inoltre il nostro risparmio può trasformarsi nel consumo di altri che, ad esempio, scelgono di anticipare i consumi con il credito!

 

Dunque, 2014, il campione di 2824 famiglie, (tutte famiglie monoreddito? non è chiaro) mostrerebbe che: “coloro che hanno beneficiato della misura del governo, in media hanno speso oltre gli 80 euro supplementari e di più rispetto agli altri di pochissimo fuori dalla soglia necessaria. Cioè 60 euro al mese in più in beni alimentari, 94 euro in beni «non durevoli» (un abito, o weekend al mare), 77 euro la maggiore spesa nel versamento delle rate del mutuo.” In breve con 80 euro in più, ogni mese, ne avrebbero spesi 231, cioè quasi 3 volte la cifra percepita. Per inciso, i mutui della casa sono investimenti non consumi.


Si fanno poi cenni al “moltiplicatore” keynesiano (vago ricordo universitario). Però questo concetto si riferisce all’investimento, non al consumo. Secondo Keynes la produzione (e quindi l’occupazione) aumentano (non subito) solo grazie a maggiori investimenti (… pubblici se non bastano quelli privati). Tuttavia, molte spese (come accade negli USA) possono finanziare le importazioni, e ciò va a detrimento del PIL come dall’equazione di partenza.


I consumi certo stimolano, con un certo ritardo, gli investimenti come teorizzato, con tre pagine di formule (opinabili ma) rigorose, da Alvin Hansen e Paul Samuelson, negli anni ’40. Dunque per calcolare l’effetto temporale sul PIL occorre specificare la struttura dei ritardi.
Se poi vogliamo trasferire le grossolane definizioni della macroeconomia al comportamento individuale, ecco alcuni problemi. … Mr. Sfogliarini è parco e spende 80 euro in alimenti di base.

 

Mr. Tirelli è un godereccio e li spende per un massaggio in una spa. Nel primo caso Sfogliarini segnalerà al comparto agro-industriale che occorre produrre più carne e più grano, con un ovvio ritardo (a meno che non si voglia importare dall’estero). Nel secondo la massaggiatrice produce subito 80 euro di servizi contabilizzati (sempre teoricamente) nel PIL. Il giorno dopo spende questo reddito dal parrucchiere e il PIL aumenta di altri 80 euro.

 

Il parrucchiere va anch’egli nella spa, e il PIL aumenta e così via.. Conclusione: per risalire dal comportamento individuale a quello macro occorrerebbe conoscere tutte le concatenazioni produttive messe in moto da ciascun individuo. Credibile?


Gli 80 euro vengono erogati mensilmente. Nella vita di ciascuno ci sono molti eventi previsti ed imprevisti. Questo mese spendo tutto. Il prossimo ricevo una multa di 80 euro. Lo Stato me li ha dati, lo Stato li ha ripresi. Il PIL resta uguale. È un mondo complicato e dinamico il nostro! … che non si può ridurre caricatura statica.


Da una vita predichiamo che l’agente che muove i consumi è la famiglia, non l’individuo. La famiglia raccoglie redditi diversi, tra cui gli 80 euro, e li distribuisce come spesa nel tempo e nello spazio e tra i suoi membri. Estendere il presunto comportamento di scelta delle famiglie monoreddito alle altre, è errato. Ogni famiglia è diversa: c’è quella monocomponente e quella del divorziato che ne mantiene due; fare di tutt’un erba un fascio è sbagliato.


Analizzare la sola relazione reddito-consumo è un altro clamoroso errore. Esiste, infatti, la variabile ricchezza che pur con reddito zero, ha effetti concreti sul consumo anche vistoso. Difficile credere che delle famiglie campione dell’Istat usate per l’esperimento si conoscano tutti i dati sui loro averi (titoli e immobili), di cui occorrerebbe peraltro conoscere il valore di mercato!
Ciò detto e tornando alla contabilità macro, è banale notare che gli sgravi fiscali T attuati in logica di pareggio (nel breve) cioè tagliando per una somma equivalente le spese G, non accrescono il PIL. Se attuati in deficit, (cioè senza taglio delle spese) non funzionano neanche nel lungo, per via delle aspettative.


Infine non va dimenticato che ogni dato macroeconomico è una stima che dovrebbe essere corredata da una banda di confidenza (piuttosto ampia). Il calcolo del PIL, del reddito e dei consumi non equivalgono come precisione all’incasso di un supermercato. Dunque “vendere” la prova che 10 miliardi di spesa a venire produrranno un flusso di reddito di 13 mld su 1600, e cioè 2 millesimi in più di benessere, significa fare del lavoro ideologico e non scientifico. La scienza è scienza perché sa dove fermarsi per ammettere la sua ignoranza.


Conclusione: distribuire 80 euro in più (o meglio restituire 80 euro di tasse) ogni mese, a milioni di lavoratori, certamente ai consumi e ai risparmi fa bene. A patto che tale cifra non aumenti il deficit e non implichi maggiore tassazione futura. Di più non possiamo e non dobbiamo dire. Tutto il resto va ad accrescere le letture da riservare ai soggiorni terapeutici a Montecatini.


*Bruno Sfogliarini e Daniele Tirelli – Entrambi sono docenti universitari e insegnano materie statistico-economiche.

 

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